Wake up, Cain

 

cain2.0

CAIN: : : : : : :
: : : : : : COLLE
GATI: : : : : : :

18:04:03
Il virus di Cain aveva praticato una breccia nel sistema. Nel giro di un istante, i suoi processi cognitivi fecero la conoscenza con una griglia iridescente. Le sfere in codice colore ci stavano appeso come lacrime su ciglia in fibra ottica. Del resto è cosa nota che nel non-spazio della matrice, l’interno del costrutto di certi dati possedeva illimitate dimensioni soggettive.
Qualunque cosa volesse dire, l’hacker cominciò a battere sui tasti, come un pianista di rag-time. Una fila di neuroni sfrigolò, lasciandogli intendere che con ogni probabilità nessun vero smanettone aveva la più fottuta idea di cosa fosse il rag-time, ma lui rispose con l’idea di un grugnito. Gli piaceva sentirsi della vecchia scuola.
Uno scatto delle falangi dopo l’altro, si fece largo tra le maglie della rete. A volte sembravano infiniti abissi di niente, altre proverbiali crune nell’ago, ma gli bastò attivare un sottoprogramma per essere guidato fino al nucleo.

18:06:26
Un arco al neon, sfolgorante d’indaco. Brillava come Natale, Pasqua e Tanabata, tutti insieme. Cain avrebbe desiderato di potersi sentire le labbra, per passarci la lingua sopra. Di sicuro erano secche, perché ora veniva il difficile.
Tamburellò una striscia di comando sul deck, sperando di averla memorizzata correttamente. Certo, anche averla acquistata da un corporativo assuefatto al mezcal con gusano allucinogno era una bella incognita, ma preferiva non pensarci.
Per un istante interminabile, il muro dell’ICE continuò a sembrare invalicabile. Poi una crepa cominciò a spezzare le sequenze, a minare i blocchi di sicurezza a… Un urlo lancinante. Cain sobbalzò, o almeno immaginò di farlo: l’urlo si ripeté una seconda volta, poi una terza, sempre più sintetico e posticcio. Doveva decisamente cambiare il suono di notifica per la posta in arrivo. Chi cazzo gli scriveva proprio in quel momento?
Lo chiese al deck, mentre il virus finiva di lavorarsi l’ICE. Nell’angolo in alto a sinistra comparve la scritta “Inbox – From Abel”. Cain schiacciò a ripetizione il tasto “Delete”, assaporandone le proteste ticchettanti, nemmeno stesse giocando a un picchiaduro in sala giochi. Il button smashing, però, non paga mai, lo sanno tutti.
Un altro suono si fece largo nella sua consapevolezza. Più sottile, continuo, penetrante. Non aveva parole, ma diceva comunque: BECCATO! In una scarica di adrenalina, Cain entrò in picchiata nella banca dati. Quando il sottoprogramma incontrò il primo difensore, in un sfarfallio di pioggia luccicante, l’hacker sentì il tessuto d’informazioni allentarsi e cominciare a sfaldarsi. Ora o mai più.
Sfiorò appena l’interruttore, quel tanto che bastava.

la sua mano…
mascella d’asino
insanguinata,
Abel che piroetta danzando, cade
a terra e stramazza.
Tartare di cervello.

00.19.43
Caino dorme nel suo appartamento bara, coccolato dai neon della città circostante. Anziché una foresta di rovi, sul suo sonno incantato veglia un groviglio di cavi con al centro una tastiera rovesciata. Il tesoro, però, è un altro e lo tiene sul guanciale. Una memoria a stato solido, tutti i dati che gli servono. Password virtuali e recapiti reali.
Incredibile, ma vero: ha funzionato.

Categorie: Gola - Le frittelle di Caino

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