Risorgimento della pastella

 

iosoio

Ultimo passo. Il Grillo del Marchese, interpretato dal mio nanerottolo.

La Repubblica Romana si era sciolta alla fiamma di luglio e ogni rione era punteggiato dall’azzurro delle uniformi francesi. I soldati bighellonavano placidi tra i monumenti, i caseggiati e i resti delle barricate, affiggendo di tanto in tanto un editto napoleonico. Non uno di quelli imperiali, come ai bei vecchi tempi, ma capace comunque di attirare lo sguardo di un viandante, da sotto la falda del cappello. Forse non gli è familiare la lingua, forse è la parola scritta a dargli noia, fatto sta che acchiappa un borgataro di passaggio e poco di manca che gli appiccichi il naso al muro.
“Dimmi un po’, che c’è scritto?”
“Possin’ammazzatte, te pare che so er francese?”
“E allora che l’attaccano a fare?”
“Perché io sò io, e vvoi nun zete un cazzo.”
Lo straniero spalanca gli occhi e fa per caricare un malrovescio, ma il romano alza le mani per invocare tregua.
“Lìmortè, quanto sei burino! E’ de Giuseppe Gioacchino Belli, poeta de Roma, er mejo amico mio. E nun me dì che nun l’hai mai sentito.”
Il viandante si stringe nelle spalle. Allora l’altro si schiarisce la gola e attacca:

“C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
«Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo».

Co st’editto annò er Boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: «È vvero, è vvero».”

Finito lo spettacolo, lo straniero applaude di buon grado e il romano butta là un inchino. Due soldati sullo sfondo sogghignano, alla maniera vagamente infastidita dei francesi.
“Ha ragione, gli editti alla fin fine son tutti uguali.”
“Ce capisci allora, quanno te pare!”
Quello annuisce e comincia a frugare nella grossa scarsella che porta alla cintura. Tira fuori un involto di carta unta e ormai traslucida.
“Ma chissei? San Giuseppe er frittellaro?”
Il viandante scoppia a ridere, mentre si srotola la frittella sul palmo della mano.
“Quasi. A dirla tutta, però, io sò io e voi…”
Con un gesto degno del discobolo, scaglia la sfoglia zuccherata dritta dritta sulla testa d’un soldato francese. S’affloscia subito sopra l’elmetto, cala sugli occhi, gl’inzucchera il naso. E fra un Mon Dieu, un parbleu e altre imprècation, il borgataro si accorge che lo straniero se l’è data, svanito tra i vicoli, più rapido d’un bersagliere.
Ora tocca a lui darci di gambe e superare anche Mercurio con i suoi sandali alati, se non vuole prendersi la colpa e magari anche un colpo di schioppo. Eppure, mentre corre, il romano se la ride, perché se gli editti dei Re son tutti uguali, lo sono anche i popoli che oggi si levano il cappello, ma domani tirano fuori dai bauli le bandiere.

Categorie: Gola - Le frittelle di Caino

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