No Persefone

persefone

Caino non avrebbe saputo dire perché, ma quando si trattava di sfuggire a un dispiacere finiva quasi sempre per cambiare tempo, anziché luogo. Ora il sole splendeva sul Monte Olimpo e non c’era traccia di uomini nerboruti con una fastidiosa propensione all’amore fraterno. Un bel miglioramento.
Eppure Caino, seduto tra gli sterpi a fissare l’orizzonte, restava tetro come non mai. Il marchio non aiutava a dimenticare, che facesse passare centinaia di anni o riportasse a prima del ricordo in questione. D’altra parte non gli era stato esattamente dato come un premio. Sbuffò.
Per un curioso scherzo del destino, in quel momento la terra venne scossa da un brivido, proprio come se brontolasse insieme a lui. Caino approvò tra sé e sé l’idea di un terremoto, con la segreta speranza che potesse far crollare lo sperone di roccia dove si trovava, ma non venne esaudito: il tremito si esaurì in fretta, lasciando il campo a un intenso profumo di fiori. Nonostante la delusione, si voltò per capire cosa stesse succedendo e riconobbe una striscia di boccioli colorati, spuntata dal nulla giusto per dargli fastidio. E sopra i fiori, non poté proprio fare a meno di notarlo, c’era una donna. Era avvolta in un fluente peplo che avrebbe voluto essere nero, ma impallidiva al confronto della sua chioma di pece, e lo fissava con occhi tanto verdi da rendere gli smeraldi fondi di bottiglia. Gli rivolse un inchino, lui fece giusto un cenno.
“E’ questo il modo di salutare la figlia di una dea e sposa di un dio?”
“No.”
Lei rise, un suono molto più roco di quanto si sarebbe potuto immaginare.
“E dire che in genere tutti aspettano il mio ritorno sulla terra. Non ti sono mancata nemmeno un po’, figlio di Adamo?”
“No.”
Persefone capì che non era giornata e, a dispetto del fatto che si trattava del suo primo giorno fuori dall’Ade dopo sei mesi, si accomodò accanto a lui. I fiori fecero a gara per sbocciare tra gli sterpi, offrendole un cuscinetto.
“E’ per la faccenda dei Dioscuri?”
Caino la fissò a occhi socchiusi, con aria accusatrice.
“Dai, lo sai che l’inferno è piccolo in fondo. Castore l’ha detto a Polluce, Polluce a Ade e lui a me. Non ricordo se sia successo l’anno scorso o fra un paio d’anni, ma in ogni caso lasciati dire che la stai facendo troppo lunga. Non dovresti invidiare quei due bestioni, non ne vale la pena.”
Lui grugnì, per niente confortato. Il profumo di tutta quella primavera lo esasperava e aprì bocca solo per starnutire.
“Vuoi che chieda a mia madre qualche spiga? So quanto ti piacciono per le tue frittelle.”
“No.”
La figlia di Demetra si appoggiò sui gomiti, rovesciando la testa all’indietro. Guardava le nubi con un trasporto e un’intensità da emicrania. Ne indicò una.
“Non ti ricorda una grossa melagrana? Con quella scia di pezzetti staccati.”
Caino seguì il dito.
“No.”
Mentre lui faceva ricadere lo sguardo al suolo, la sposa di Ade si alzò leggera. Aveva una pioggia di petali mescolata tra i capelli.
“Ora è meglio che vada. Vorrei poter dire che è stato un piacere.”
Sorrideva, i denti bianchi come mandorle.
“Ma tu hai sempre preferito startene per conto tuo, vero?”
Si allontanò e la terra fremeva sotto i suoi passi, facendo le fusa come un grosso gatto.
Caino rimase a fissarla, tanto a lungo che quando svanì oltre l’orizzonte gli sembrò di poterla ancora vedere sullo sfondo del cielo. Impressa sulla retina, come la sua ultima domanda sul cuore. Di nuovo solo, il primo assassino sospirò.
“No”.

Categorie: Gola - Le frittelle di Caino

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